Avviso ai naviganti

Una Compagnia.

Una Scuola.

Un Laboratorio.

Una Messinscena.

Una Rassegna.

Queste cose non sono un Progetto: sono un movimento umano, un mutamento della linea dell'orizzonte, una metamorfosi.

Sono la rivoluzione delle forme del corpo, dello spirito e della comunità che rappresenta.

Sono la scommessa di un gioco le cui regole cambiano, eppure il gioco è quello, in tutto il mondo.

Eppure scegliamo un angolo difficile di questo mondo per giocare il nostro teatro.

Per una forma di necessità. Per scommessa.

Scegliamo un borgo di poche anime al confine di una provincia popolosa per promuovere un cambiamento - no: una consapevolezza, ecco! - che vada contro le "codardie del teatro mercantile".

Non ci piacciono le guerre, le grandi battaglie, le rivoluzioni epocali: troppo semplici perchè troppo lontane da noi tutti.

Preferiamo affrontare le piccole battaglie, così difficili perchè a un passo da noi, perchè si tratta di guardare negli occhi. Che ci si trovi per strada, su un palco. Il teatro è lì dove un attore decide che sia, lì dove si sente puzza di sudore, si ode la risata che vien su dalla pancia e fa sorridere l'intelletto tra le lacrime. Il cuore di Amleto ha un battito che non può udirsi altrove.

Forse è un punto, il teatro, dal quale ci si allontana con un pensiero.

Diffidiamo di chi ci vuole sazi, ridenti e al caldo di una sala.

Di chi ci dice che il teatro è un edificio o una religione.

Il teatro è una società consapevole.

E questo è solo un messaggio in una bottiglia senza mappa del tesoro.

Il nostro benvenuto.

La chiave del cassetto... Etica Estetica Politica

Immaginiamo un viaggio, o un viaggiatore, se preferite. L'importante è che non sia un turista o una gita organizzata, ma un viaggio, un'idea che contempli la partenza e dove sia arduo immaginare la destinazione e tantomeno il ritorno.

La nostra esperienza di vita ci suggerisce istintivamente – come modello di viaggio – lo scansare di gente dallo sguardo basso e di indiscriminati depositi canini che separano la nostra abitazione dal luogo di lavoro spesso condito dall'utilizzo del mezzo di trasporto, cittadino provinciale o regionale, che ci tocca attraversare come se fosse un'odissea.

E sebbene non siamo Nessuno né figli di Nessuno, questa frase fatta ci suggerisce – quasi per un meccanismo involontario dell'intelletto impantanatosi in una rimembranza scolastica – un modello di viaggio più vicina a quella che si era suggerita.

E, tutto sommato, se siamo di umore romantico e malinconico, se il caffè ha messo in moto più del necessario le nostre capacità riflessive, complice magari quel bicchiere di troppo e quelle chiacchiere con l'amico di vecchia data incontrato la sera prima, sorridiamo e rimpiangiamo tutto ciò che da quel Viaggio è derivato e che abbiamo vissuto nei racconti cinematografici dell'avventuriero di turno, nella geografia inventata e a fumetti, del romanzo che quello zio ci ha regalato e che abbiamo sempre finto di aver letto per fargli piacere, insomma, tutto sommato, ci diciamo che, suvvia, un'idea di viaggio ce l'abbiamo e, se proprio dobbiamo farlo questo sforzo, lo si faccia pure, che tanto in questo treno affollato di pensieri e chiacchiere non abbiamo altro da fare.

Immaginiamo che un viaggio presupponga una partenza, una decisione, un impulso: che derivi dal Fato, da una scommessa o da un black-out psicanalitico non importa. Resta il fatto che in un dato momento e in un dato luogo il nostro senta l'irrefrenabile impulso di partire e andare, con un'immagine ben impressa nella mente; sì, perché pare che tra tutte le parole con cui affolliamo l'esistenza, il nostro cervello funzioni per immagini: magari quella di una città in fiamme, la maschera del tiranno che ci sfida, una panchina in un parco, il sorriso di una donna, la folla.

Questa immagine – e la sensazione che l'accompagna – il nostro viaggiatore la terrà nascosta in un cassetto di un armadio chiuso a tre mandate sulla parete sinistra della settima stanza dell'ala destra del castello che ha in testa. Il cassetto è l'ultimo. La chiave del cassetto – forse – persa.

 

Ma l'importante era dare l'avvio a questo viaggio – questo ci diciamo.

Con spirito cartesiano, inoltre, aggiungiamo che se un viaggio ha necessariamente a che fare con un cambio di coordinate sul piano del tempo e dello spazio, la possibilità di dimenticare qualcosa – o decidere di abbandonarla per un motivo in un qualche tempo-luogo – risulterà inevitabile.

Così come inevitabile sarà imbattersi nelle correnti avverse alle quali il nostro viaggiatore sarà più o meno in grado di far fronte e, allora, ben venga quel fortunale che l'ha sbattuto in quel luogo infido e dove ha fatto l'esperienza che gli permetterà di evitarla in futuro.

Ben venga la scoperta di quell'isola dove ha imparato ad apprezzare la magia di quei luoghi e a temerla.

Ben vengano i canti che ha ascoltato legato e annodato ad un'idea di armonia ben diversa che avrebbero potuto farlo impazzire.

Ben vengano tutti i dardi della Fortuna che gli fa oltraggio e grazie ai quali sta imparando a far fronte.

Ma che non sia mai detto che il nostro sia solo vittima del Caso: verità vuole che si dica che anche lui faccia delle scelte sull'onda della volontà e della necessità e degli istinti e degli affetti e delle conoscenze che suo malgrado ha accumulato e continua ad accumulare.

Sia lodato il giorno in cui ha scelto dei compagni di viaggio e il criterio utilizzato.

E se alcuni lo hanno abbandonato su un'isola sulle spalle di un gigante sciocco, pazienza! Il gigante gli ha insegnato ad avere una più giusta percezione di sé e a guardare un po' più lontano di quei compagni. E magari a sceglierne di migliori.

Sempre sia ricordato il momento in cui scelse di fermarsi alla corte di qualcuno piuttosto che di un altro. E se fu venduto come schiavo o se imparò a vendersi al prezzo che lui stesso ritenne il più giusto, anche queste furono il frutto di sue scelte.

Ah, che invenzione meravigliosa la memoria che sceglie, le forme del mondo, la bellezza immonda, la bruttezza sublime, il mostro che lo fa sentire astuto, l'ossimoro e l'ovvietà, l'ingenuità di certe scelte e il porto che ha dinanzi, il faro che gli indica la strada e la forza, sovrumana, di poter scegliere a nome suo e di quegli altri con cui viaggia di non fermarsi e andare oltre le colonne che ci condanneranno a diventare uno dei migliori best-seller nei secoli a venire, uno di quelli di cui tutti parlano e scrivono e che nessuno leggerà mai o leggerà più...

O sarebbe meglio un blockbuster? Best-seller o Blockbuster questo è lo spam...

E tra tutti questi un rigurgito, un altro pensiero: com'è possibile che un'espressione riguardante dati fisici come il tempo e lo spazio vada ad influenzare la sfera psichica? Il nostro viaggiatore comincia a nutrire dei dubbi: il viaggio potrebbe avere qualcosa a che fare anche con un cambio di coordinate sul piano della coscienza.

Annota sul diario di bordo: Il viaggio porta con sé l'idea stessa di imprevedibilità, oltre quella di spostamento.

 

Qualche pagina dopo, con grafia incerta (la data è illeggibile e anche parte del testo), il nostro riporta quanto segue:

 

Gli incontri non possono avvenir per caso, non sarei (saremmo) arrivati fin qui. Le cose viste lasciano un segno, ma bisogna fare. Lui (segue nome illeggibile) ci trasmette quello che sa, è come un travaso di vino da botti vecchie a nuove. Era così semplice e non lo vedevo.

[…] Sto imparando a farlo. La forma del mondo è precisa, non casuale. Ci sono le Leggi, una verità. Ci si può muovere secondo un criterio e possiamo portare chi vuole a conoscere il mondo.

I luoghi inesplorati sono ovunque.

[...](Nuovamente lo stesso nome illeggibile) ha bisogno di aiuto. Abbiamo viaggiato tanto e visto e ora bisogna fare qualcosa. Esiste un senso di giustizia e santo Iddio bisogna scegliere e non restare lì in balia delle acque. Se qualcuno si è preso la briga di portarci in un porto salvo allora quell'uomo merita le nostre forze, il nostro appoggio.

[…] Ho parlato con tutti. Non con tutti. Con chi dovevo. Ho parlato loro come a dei fratelli, con loro abbiamo viaggiato per centomila pericoli e siamo giunti fin qui e non possono, non devono negarsi quest'ultima battaglia, quest'ultima esperienza. Son frutti di semi di cui devon ricordarsi. Gli ho detto parole precise: foste fatti o non foste per viver come si vive? e se i fasti dei fatti che avete vissuto non si fossero fatti nefasti che vite vissute avreste? Non sete di bruta virtute ma segugi di conoscenza... canoscenza... Cani e scienza...

 

Segno dei tempi: La memoria tradita trasforma l'epica in farsa.

 

Seguono pagine incomprensibili, le pagine sono rovinate – forse – da un fortunale. Solo in una nota si legge che il re è invecchiato prima di diventare saggio. E non c'è stata tempesta a lavargli la nebbia dagli occhi.

 

La nebbia si alza dal mare e dalle pianure, invade le vie, i sentieri. Di tanto in tanto si diradano e ci mostrano spiragli del mondo come dietro un telo squarciato. Le mani le abbiamo in tasca, ma non sempre. Devono lavorare, scrivere, aiutare il passo, segnare la direzione, guidare, lo sguardo posarsi dove riesce ad arrivare. Lontano. Vicino.

Verrebbe voglia, al viaggiatore, di costruire una polis, ma dovrebbe avere un luogo. Con tutti quelli attraversati non ne ricorda nessuno. E la polis andrebbe abitata. O conquistata? Chissà se è in grado di distinguere ora un punto di arrivo da una sosta qualsiasi. Dormire sulle spiagge, ai limiti della civiltà che lo tollera. Essere l'ospite più o meno gradito di qualcuno.

 

Umore di bonaccia. Carte disegnate male. Navigatore satellitare in lingua incomprensibile.

Data astrale incommensurabile.

Immaginiamo che il viaggio volga al termine. Il nostro viaggiatore ha fatto delle scelte. Qual'è il criterio con cui le ha prese? Dove ha imparato a viaggiare? Viaggiando? Il viaggio necessitava di compagni di viaggio o sarebbe stato meglio farlo da soli? L'ha fatto a spese degli altri o con l'aiuto degli altri? Ha lasciato un ricordo di sé o al suo passaggio l'orizzonte è restato immutato? Ha lavorato per costruire o costruito per lavorare?

E a questo punto, ai limiti delle terre conosciute, lì dove prima o poi le cose finiscono – è questa la natura delle cose – ci chiediamo chi sarà arrivato (o tornato).

Cosa avrà da raccontare? Le battaglie che ha combattuto, le cose che ha visto, quello che ha vissuto?

La risposta è proprio lì, in un cassetto di un armadio chiuso a tre mandate sulla parete sinistra della settima stanza dell'ala destra del castello che ha in testa. Il cassetto è l'ultimo. La chiave del cassetto…

 

Se il lavoro dell'attore – la sua formazione, la sua professione, il suo ruolo sociale, la sua arte – ha a che fare con il viaggio, quando lo incontriamo sulla scena, incontriamo le battaglie combattute, il senso della forma, le idee che rappresenta. Altrimenti è solo un turista.

 

Pasquale Napolitano (copyright 2014)

Direttore Artistico de' La Carrozza d'Oro